Vajont, la perdita dell’innocenza

3–5 minuti

Vajont, la perdita dell’innocenza

di Annalisa Rabagliati

Leonida Beltrame (Adria 1904 – Venezia, 1994) – VAJONT

Il 9 ottobre è l’anniversario della tragedia del Vajont. Oggi lo ricorderanno tutti i media e, in modo autorevole, il Presidente della Repubblica. Vorrei anch’io parlarne, ma sommessamente, per far capire a chi non c’era ancora quale fu l’impressione che fece a me e, credo, ai miei coetanei all’epoca.
Nel 1963 avevo appena iniziato la prima media e per noi, ragazzi nati dopo la fine della guerra, la prima generazione che non ne avrebbe vissuta un’altra, fu il giorno in cui si perse in parte l’innocente incoscienza dell’ età.
Fu forse la brusca uscita dall’infanzia felix.
Tutti noi avevamo ascoltato a lungo i discorsi drammatici di chi la guerra l’aveva vissuta, al fronte, oppure a casa, sotto i bombardamenti. I nostri genitori erano riusciti ad instillarci un odio per la guerra e un terrore che erano sicuramente il miglior antidoto contro eventuali pretese guerrafondaie come quelle del periodo precedente l’immane disastro. Ora, negli anni sessanta, si viveva nell’ottimismo, nella fiducia del domani, anche se non tutti godevano ancora appieno di quel benessere che stava portando il boom economico; non la mia famiglia, ad esempio. Ma ai miei genitori e a tanti altri non dava problemi dover lavorare duramente: poterlo fare in un periodo di pace era tutto quel che chiedevano e i figli crescevano sereni, senza troppi timori per il futuro.
Ebbene, dopo quella sera nulla fu più come prima. L’idea che una forza sovrumana potesse, come un fulmine inatteso, non solo spezzare tante vite (più di 1900!) , ma distruggere in un attimo città e paesi, lasciando un deserto fangoso di solitudine e desolazione, fece capire di colpo una verità banale: che siamo appesi ad un filo e non tutto dipende dalla nostra volontà. Che ci siano state, come sempre, responsabilità umane, ancora non lo sapevamo, che ci siano stati, come sempre, profittatori dell’ondata di solidarietà nazionale, lo si disse presto.
Naturalmente per chi non era direttamente coinvolto fu facile superare quei momenti di angoscia; non conosco e non oso immaginare quanto deve essere stato penoso e lungo il ritorno ad una sembianza di normalità per chi aveva perso tutto: la famiglia, la casa, gli animali, i propri oggetti del vivere quotidiano.
Ma anche in noi, milioni di testimoni illesi, giovani e inconsapevoli, qualcosa di oscuro e pauroso rimase nel profondo dell’animo. Non voglio dire che non ci fossero mai state altre tragedie: pochi anni prima ci furono le alluvioni del Polesine, i morti nella miniera di Marcinelle … ma noi baby boomers eravamo troppo piccoli per rendercene conto e questo fu il primo grande momento di ansia latente e di perdita dell’innocenza.
Il primo di una infinita sequenza di drammi collettivi che colpirono il nostro paese: l’alluvione di Firenze, il terremoto del Belice, la bomba nella banca di Milano, la strage dell’Italicus, il terremoto del Friuli, la lunga serie di atti terroristici, i delitti di mafia, le morti sul lavoro, i disastri ambientali …  Ogni volta sembrava che niente di più grave potesse accadere e si ritornava ad aver fiducia nel domani, a credere che i colpevoli sarebbero stati trovati presto, che molti misteri sarebbero stati risolti, invece l’elenco di quel che avvenne in seguito è ancora lungo e ogni volta ci troviamo a stupirci di un’ ennesima sventura, come pochi anni fa con la tragedia del ponte di Genova, che qualcuno ha definito il nostro 11 settembre.
Credevamo di vivere in tempo di pace, ma stragi e disgrazie non sono mancate. Ora che la mia infanzia è un lontano ricordo posso dire che, purtroppo, anche questa è la storia del Paese in cui viviamo e siamo cresciuti e invecchiati, conducendo una vita più o meno normale. È la storia della nostra vita, nella nostra Repubblica, puntellata dalla costanza di gente che ha sempre cercato di risollevarsi tra una tragedia e l’altra , compiendo il proprio dovere e in cui persone coraggiose hanno cercato di fare chiarezza, anche a costo della vita. Tutti questi avvenimenti, nostro malgrado, ci hanno dato un’identità e una coscienza collettiva, ottenuta soprattutto a spese dei tanti morti che possiamo ben definire i nostri martiri. Ed è per loro che dovremmo tutti adoperarci perché non si ripetano simili catastrofi, cercando di prevenire le conseguenze di quelle naturali e di impedire quelle causate dagli uomini, assumendo comportamenti più attenti alla salute del nostro pianeta e cercando di dare il nostro contributo, pur se piccolo, per lasciare, come si dice, un mondo migliore alle nuove generazioni.


0 risposte a “Vajont, la perdita dell’innocenza”

  1. Annalisa buongiorno,
    Non è innocenza quella di cui tu parli, è ben altro. È purezza d’animo, emotività, sensibilità. Nulla hai perso, solo sfiorata, graffiata. Nel 1963 ti affacciavi alla vita e il Vajont ti ha trafitto e non l’hai scordato perché impossibile togliere dalle ossa e dagli occhi i morti e un paese ridotto a spianata di fango. Io c’ero, con un gruppo di giovanissimi volontari della Croce Rossa e siamo arrivati per primi e ci hanno cacciati per invidia, venivamo dal Piemonte “territorio di non competenza”, e volevamo aiutare. Avevamo sconfinato. Eppure di tutto abbiamo fatto: ascoltare, curare, ricordare, costruire un ambulatorio da campo a tempo di record, riconoscere i cadaveri, su e giù in elicottero, trasferire merci… E via di questo passo. Mi fermo. C’ero anche a Firenze nell’alluvione, al Belice, a Gibellina, a Skopje e a Borgosesia e in altri posti… era il mio gruppo specializzato in catastrofi naturali, a vent’anni con 120 adolescenti, volontari di razza, non squattrinati, disoccupati o merce di scambio, educati al dolore e alla sofferenza, al coraggio e all’azione. Non è l’innocenza che hai perso, ma l’incoscienza. Non eri e non sei responsabile. Non lo sei mai stata per i mali del mondo, né lo sarai. Non capivi, ma vedevi e soffrivi e ti pesa il ricordo. Pochi giorni fa una madre mi mostra il “Menù dell’amore” della figlia 15nne, scoperto per caso: bacio 1€, toccatina 5€ … diffuso in rete con il prezzo delle prestazioni da consumare religiosamente nei cessi della scuola. Che dire? E l’innocenza, dov’è finita? Che fare? Non basta. Al compleanno di un’allieva, la madre mi mostra i suoi disegni. Ottimo lavoro, con ombre e colori. Spicca una teiera dal lungo becco da cui escono gocce, non un flusso di thè. Cos’è Lisa, chiedo alla ragazza di 13 anni? Che sono quelle gocce? Gli schizzi di sperma del mio ragazzo… ti piace? Ultima è la storia di Lucia, arrivata furibonda a casa. Cos’è successo? chiede la madre, cara amica dalla sua nascita. È il Piero, quel fesso che conosci anche tu. Da tempo mi stava dietro e me la menava perché ero ancora vergine e alla fine ho ceduto. Mi ha portato in piscina e mi ha stappato… hai capito? Sturato! Credevo fosse chissà cosa… che delusione e poi è partito via e mi ha lasciato lì mezza nuda. Sono nera. Vorrei strozzarlo. Parole testuali nelle tre vicende, Annalisa. Cronache di tutti i giorni. Hanno perso l’innocenza? No, non l’hanno mai avuta. Allora l’incoscienza…? Peggio che mai. Che hanno perso, dunque? L’amore, parola uscita dal nostro vocabolario e da quello dei genitori. L’amore per se stesse e per gli altri. Un saluto. Vincenzo.

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