La profanazione del tempio.

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La profanazione del tempio.

21/01/2014

 

Il mondo dell’informazione italiano, abituatosi al quotidiano racconto della crisi e all’ordinaria amministrazione del governo Letta, così ordinariamente rassicurante anche sotto il profilo comunicativo grazie ai suoi modi molto inclini all’understatement, aveva trovato pane per i propri denti e colonne per i propri articoli grazie alle burrascose vicende sentimentali del presidente francese Hollande.

Ci ha pensato Matteo Renzi, da consumato gianburrasca, ad issare nuovamente il nostrano tricolore sull’albero maestro. E lo ha fatto con una “operazioncina” mica da ridere. Concertare una riforma elettorale con Silvio Berlusconi, incontrandolo nella sede del Partito Democratico. Apriti cielo.

Un condannato.  E nella sede del partito.  Per molti, lagnatisi attraverso la cassa di risonanza dei social network, la cosa è inaccettabile: Berlusconi rilegittimato. Berlinguer non l’avrebbe mai fatto.
Come se la propria condizione morale, ed il valore delle proprie azioni, oltre che la propria fedina penale, fossero determinate dal luogo nel quale ci si trova. Come se il PD fosse ancora lontano parente del partito di Botteghe Oscure. In ambo i casi, occorre davvero una smisurata dose di fantasiosa dabbenaggine.

E come se, Silvio a parte, ci fossero nello schieramento avverso esponenti della stessa consistenza, dello stesso valore, con i quali poter imbastire anche soltanto le premesse di discorso di simile portata. “Va bene tutto” deve aver pensato il giovane Matteo, “ma non si può far di tutta l’erba un Nuovo Centro Destra”.
Berlusconi rimane, saldamente, non solo il padre più o meno nobile di quello schieramento, ma l’unico punto di riferimento capace di coagulare intorno a sé milioni di voti. L’unico nome spendibile. Anche per una propensione cronica e non curata a generare eredi politici da fagocitare quando sono ancora nella culla.  Le riforme non si fanno con gli schieramenti e i partiti che non raggiungono l’1% dei voti.
E aspettare la nuova leadership, qualcuno che erediti il bastone del comando dal tycoon di Arcore è fantasia allo stato puro.

Renzi ha nel proprio corredo genetico politico una sana dose di realismo e un crudo pragmatismo. Si può pertanto storcere il naso circa l’opportunità di un secondo approccio tra i due, dopo quello del pranzo di Arcore. Ma, mi si permetta, questi sono aspetti che trovo secondari rispetto al problema, che viene sollevato con indiscutibile pertinenza, della sede che tale dibattito dovrebbe avere: il Parlamento. E qui, direbbe Totò da par suo, casca l’asino.
Perché, che lo si voglia ricordare o meno, che il Parlamento sia il luogo sacro del confronto e del dibattito parlamentare, l’arena nella quale maggioranza e opposizione si scontrano o incontrano per arrivare ad una “larga intesa” costruita sul campo, e non dalle segreterie e dalle sagrestie di partito, sulle grandi riforme e quindi anche sulla riforma elettorale e sulla riforma parlamentare che arrivi a superare il bicameralismo perfetto, ebbene – nessuno si stracci le vesti – è una soverchia barzelletta.

Il Parlamento, come un ristorante un tempo di gran vaglia e poi passato in gestione a sciagurati ed improvvisati dilettanti della cucina, ha perso il proprio fascino e la sua nobile origine. Ha ormai un dna quasi implicitamente corrotto. Bisogna forse proprio risalire ai tempi di Berlinguer – “ah Enrico, se tu ci fossi ancora” cantava Venditti qualche anno fa – per ritrovare quello spirito.

Ormai, da tempo immemore, è tutto un decretare d’urgenza e porre questioni di fiducia, un comprare avversari che hanno mutui e figlie da sposare, per spostare con agilità gli equilibri di maggioranze (più spesso al Senato) risicatissime. Dov’è la discussione, il dibattito, nell’arena parlamentare? Ghost writer di professione vomitano soliloqui che servono soltanto a scatenare la claque dei compagni di cordata. Ma non c’è un pensiero, una idea. Lo scandalo non è che Matteo Renzi incontri Berlusconi.

Quanto che, nel presentarsi in tv alle “Invasioni Barbariche” di Daria Bignardi, appaia a proprio agio più che la conduttrice stessa. Al punto tale che, un alieno sintonizzatosi casualmente sul programma, avrebbe scommesso con certezza che l’ospite fosse la brava signora ferrarese. Il nostro Berlinguer, non ci sarà difficile ricordarlo, avrebbe fatto fatica a capire dove guardare, in quel tripudio di telecamere.

I nostalgici del tempo che fu, ci hanno pensato? Indipendentemente da come la si pensi, se si ritenga cioè che Renzi sia il figlio politico segreto di Berlusconi (perchè l’Italia, dai tempi del giovane Montezemolo con Agnelli, è sempre alla ricerca di un figlio segreto, queste storie da rotocalco di quarta categoria ci hanno sempre fatto impazzire) o se al contrario si veda in Matteo il “Uolter” Veltroni 2.0 capace di sopperire al digital divide che separava il baffo bolscevico di D’Alema dalle masse, il problema rimane uno solo: è il tempio, il Parlamento, che ha perso il suo significato, il proprio inestimabile valore. E non da oggi.

Il problema non è dunque nell’incontro tra gli esponenti dei due partiti più importanti. Quanto, semmai, nell’aver elaborato una riforma frutto di compromessi, che attribuisce premi di maggioranza e soglie di sbarramento ma che non segna il ritorno alle preferenze. E che non scongiura il pericolo delle coalizioni, il vero grande ostacolo, il nodo inestricabile che ha pregiudicato la governabilità e la stabilità della politica italiana.

Renzi ha portato a casa una vittoria di duplice portata :  consapevole che le vicende giudiziarie degli ultimi tempi influiranno inevitabilmente sul destino politico già segnato del Cavaliere, gli ha concesso l’onore delle armi; ha preso possesso inoltre in maniera fortemente “autorevole” del partito, invocando l’imprimatur che i milioni di voti delle primarie gli avrebbero conferito. Per la serie : “Vai e fa’ ciò che vuoi”. Attendiamo sviluppi.


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