Il pericolo mortale (per noi) dell’allargamento a est della Nato
di Achille De Tommaso

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Al via negli USA la produzione delle nuove atomiche B61-12: andranno in Europa; soprattutto in Italia
E’ il 1999, l’anno in cui la NATO demolisce con la guerra la Jugoslavia e, al vertice di Washington, annuncia di voler «condurre operazioni di risposta alle crisi, non previste dall’articolo 5, al di fuori del territorio dell’Alleanza». Dimenticando di essersi impegnata con la Russia a «non allargarsi neppure di un pollice a Est», e la NATO inizia quindi la sua espansione ad Est. Ingloba i primi tre paesi dell’ex Patto di Varsavia: Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria. Quindi, nel 2004, si estende ad altri sette: Estonia, Lettonia, Lituania (già parte dell’Urss); Bulgaria, Romania, Slovacchia (già parte del Patto di Varsavia); Slovenia (già parte della Federazione Jugoslava). Nel 2009, la NATO ingloba l’Albania (un tempo membro del Patto di Varsavia) e la Croazia (già parte della Federazione Jugoslava); nel 2017, il Montenegro (già parte della Jugoslavia); nel 2020 la Macedonia del Nord (già parte della Jugoslavia).
In vent’anni, la NATO si estende da 16 a 30 paesi, in barba agli accordi del 1994 con la Russia.
Si noti: il Comandante Supremo Alleato in Europa è, «per tradizione», sempre un generale USA nominato dal presidente degli Stati Uniti; e appartengono agli USA anche gli altri comandi chiave. Allo stesso tempo, Washington lega i paesi dell’Est non tanto all’Alleanza, quanto direttamente agli Usa. Romania e Bulgaria, appena entrate, mettono subito a disposizione degli Stati Uniti le importanti basi militari di Costanza e Burgas sul Mar Nero. Il terzo risultato ottenuto da Washington con l’allargamento della NATO a Est è il rafforzamento della propria influenza in Europa. Sui dieci paesi dell’Europa centro-orientale che entrano nella NATO tra il 1999 e il 2004, sette entrano nell’Unione Europea tra il 2004 e il 2007. Oggi 21 dei 27 paesi dell’Unione Europea appartengono alla NATO sotto comando Usa. Il Consiglio Nord Atlantico, l’organo politico dell’Alleanza, secondo le norme NATO decide non a maggioranza ma sempre «all’unanimità e di comune accordo», ossia d’accordo con quanto deciso a Washington.
La partecipazione delle maggiori potenze europee a tali decisioni (esclusa l’Italia che finora ubbidisce in genere tacendo) avviene in genere attraverso trattative segrete con Washington sul dare e avere. Ciò comporta un ulteriore indebolimento dei parlamenti europei, in particolare di quello italiano, già oggi privati di reali poteri decisionali su politica estera e militare. In tale quadro, l’Europa si ritrova oggi in una situazione ancora più pericolosa della guerra fredda. Altri tre paesi – Bosnia Erzegovina (già parte della Jugoslavia), Georgia e Ucraina (già parte dell’Urss), Svezia e Finlandia – sono candidati a entrare nella NATO. Stoltenberg, portavoce USA prima che della NATO, dichiara che «teniamo la porta aperta a chi vuole entrare, e, se l’obiettivo del Cremlino è quello di avere meno NATO ai confini della Russia, otterrà solo più NATO». Nella escalation Usa-NATO, che ci porta sul baratro di una guerra su larga scala nel cuore dell’Europa, entrano in gioco le armi nucleari. Fra tre mesi inizia negli USA la produzione in serie delle nuove bombe nucleari B61-12, che saranno schierate sotto comando USA in Italia e altri paesi europei, probabilmente anche dell’Est ancora più a ridosso della Russia. Oltre a queste, gli USA hanno in Europa due basi terrestri in Romania e Polonia e quattro navi da guerra dotate del sistema missilistico Aegis, in grado di lanciare non solo missili anti-missile ma anche missili Cruise a testata nucleare. A tutto questo si aggiunge l’impatto economico e sociale della crescente spesa militare. Alla riunione dei ministri della Difesa, Stoltenberg ha annunciato trionfante che «questo è il settimo anno consecutivo di aumento della spesa della Difesa degli Alleati europei, accresciuta di 270 miliardi di dollari dal 2014». Altro denaro pubblico sottratto alle spese sociali e agli investimenti produttivi, mentre i paesi europei devono ancora riprendersi dal lockdown economico del 2020-21. La spesa militare italiana ha superato i 70 milioni di euro al giorno, ma non bastano. Il premier Draghi annunciò a suo tempo «Ci dobbiamo dotare di una difesa più significativa: è chiarissimo che bisognerà spendere molto di più di quanto fatto finora».
Ossia: “stringiamo la cinghia perché la NATO possa allargarsi”. Ma lo vogliamo capire che invece ci stiamo scavando la fossa, in senso reale…?
Riferimenti: “Il Manifesto”, Neyorker.com, Wikipedia.

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Caro Achille, concordo col commento di Ruggero al tuo precedente articolo che il problema vero non è chi ha cominciato per primo tra Russia e Nato a disattendere accordi presi, ma come si pone l’Occidente di fronte all’attuale conflitto Russia-Ucraina viste le conseguenze che esso potrà avere. Solo due considerazioni a questo tuo nuovo j’accuse alla Nato: 1. Il Memorandum di Budapest del 1994 regolava il tema delle armi nucleari presenti nel territorio ucraino (circa 1.800 ovvero un terzo dell’arsenale sovietico) a cui l’Ucraina rinunciava aderendo al Trattato di non proliferazione in cambio dell’assistenza finanziaria e delle garanzie di sicurezza fornite da Usa e Regno Unito. Anche la Russia si impegnava ad astenersi dall’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica dell’Ucraina. L’invasione della Crimea del 2014 non è proprio in linea con quanto concordato. Quella del 22 febbraio men che meno. 2. Sentir parlare di ammodernamento delle armi nucleari non è certo piacevole, specie con un conflitto con armi convenzionali già in corso; peraltro consideriamo che la pace è stata negli ultimi settanta anni assicurata proprio dalla deterrenza nucleare e dall’equilibrio tra le prime due potenze nucleari. La Russia dispone oggi di 5.977 testate delle quali 1.588 già schierate e operative. Il numero di testate è attualmente regolamentato dal trattato sulla riduzione degli armamenti, il New Strategic Arms Reduction Treaty (“New Start”). Il Trattato vincola i due firmatari, Stati Uniti e Russia, a contenere il proprio arsenale nucleare almeno fino al 2026 entro alcuni limiti attraverso i quali è stato effettivamente possibile impedire la crescita degli arsenali nucleari di Washington e Mosca. Gli USA infatti hanno 5.428 unità di cui 1.744 pronte all’uso: sostanziale parità. Speriamo quindi che nessuno dei due si sogni di pigiare il bottone!
Il mio commento è relativo alla affermazione “In vent’anni, la NATO si estende da 16 a 30 paesi, in barba agli accordi del 1994 con la Russia.” Purtroppo questa affermazione non ha fondamento storico e fa parte della narrazione costruita molti anni dopo il 1994 dal regime putiniano per giustificare il proprio revanscismo neoimperiale. Suggerisco a tal proposito il capitolo del volumetto “UCRAINA – Assedio alla democrazia” pubblicato lo scorso Aprile dal Corriere della Sera in collaborazione con la associazione Memorial Italia (recentemente insignita del Premio Nobel per la Pace). Un capitolo intitolato: < La "promessa infranta": la Russia e l'allargamento della NATO > ricostruisce puntualmente dal 1990 ad oggi i rapporti fra Russia e NATO. Alla luce della verità storica, molte delle affermazioni contenute nell’articolo vengono a cadere. Ricordo solo che nel Novembre 2019 il presidente francese Macron definiva la NATO in uno stato di morte cerebrale perchè vedeva gli USA disimpengarsi sul fronte orientale e meridionale europeo per dedicarsi alla competizione con la Cina nel Pacifico….se questo è un atteggiamento aggressivo verso la Russia, io sono Jack lo squartatore! Infine spezzo una lancia a favore di Zelenski che viene pesantemente criticato. Un uomo che il giorno della invasione poteva prendere un aereo e andarsene con la famiglia al sicuro fuori dall’Ucraina e che invece rimane alla testa del proprio popolo rischiando quotidianamente la vita merita per me ammirazione al di là di osservazioni su mosse più o meno azzeccate di strategia militare e/o politica.