Genocidi e l’eredità del Giorno della Memoria
di Vincenzo Rampolla

Olena Kulik (Montreal, Canada – Artist Painter) – Genocide no more
Tre sono gli scenari di partenza per capire il genocidio: quello della vittima che lo subisce, quello di chi lo compie e quello del narratore, si chiami così chi di persona o indirettamente apprende una storia, parla con un sopravvissuto, legge una testimonianza, ingoia le immagini lanciate dai media e rievoca i fatti. Dove sono i sopravvissuti dai genocidi? Rari e miracolosi sono la voce degli altri, gli scampati, c’erano e hanno visto e vissuto e raccontano il passato. Pochi ne restano, si contano. E i narratori? Che esperienza hanno di ciò che è accaduto, da chi hanno tratto i loro ricordi? La loro memoria è immaginaria, quanto il futuro. Nulla sanno del passato, nulla del futuro. Possono solo raccogliere storie, malamente possono descriverle e restituire le sensazioni, le paure, le notti di una vita da braccati, nella fame, sotto la tortura, dopo lo stupro. Prima che avvenisse, chi mai avrebbe saputo immaginare il genocidio? Ieri, il futuro aveva un significato; oggi, non crediamo più che sia affare nostro e che se ne possano risolvere i problemi. È nato qualcosa di nuovo, di sconosciuto, di insolito. Prima era rara, ora è assillante: l’incertezza. Stiamo forse perdendo la fiducia nel futuro?
Il passato integrale, così com’è realmente accaduto, non è mai ripescato dalla memoria. Sfugge, lo si vorrebbe afferrare, trattenere. È impossibile. Se così fosse, che sarebbe la vita? È la memoria che fa tutto: sceglie, interpreta, rielabora e ricicla, mescola e interpreta: rigurgita e confonde. Ricordare è reinterpretare il passato. Raccontare una storia significa attribuirle uno status, esprimere giudizi, valutare, stare alla fine da una parte o dall’altra: essere ambigui. Chi è dunque il narratore? Un essere umano, soggetto a errori e fantasie, fragile, capace di distogliere l’attenzione sfruttando il peso del tema che tratta. Chi ci guadagna è la verità, con l’idea che sia salvata. I contorni della storia vengono modellati secondo l’occasione del presente e per il futuro, confinati in uno stretto vicolo che si dilata tra ciò che è normale e ciò che è superiore, tra l’abitudine e l’essenziale, il cappio della memoria individuale e la rete della memoria di gruppo.
Nella realtà l’esperienza individuale è personale, unica, protetta dall’intimità, non estirpabile; l’esperienza di gruppo si plasma attraverso lo scambio di esperienze, senza nasconderle. La vera natura dell’esperienza del genocidio sta nel fatto di essere condivisa e il suo ricordo è pensato per essere trasformato in proprietà comune e protetto dal tentativo di diventare superiore. E nel momento in cui diventasse superiore, memoria non più del singolo ma di una comune condizione di vittime? Ridurrebbe in cenere il valore della comunicazione tra le vittime e l’arricchimento della saggezza collettiva dei vivi: impedirebbe il legame tra passato e presente. Ora è superiore, di rango privilegiato e a prima vista aiuta le voglie del narratore, ma preclude la sopravvivenza del gruppo: il gruppo cade vittima della norma che lo definisce. Imbrigliato non agisce, qualunque cosa volesse fare. È così.
Insistere e limitarsi a diffondere sottilmente all’opinione pubblica l’orrore e il sacrificio della vittima anziché inquadrare nettamente i disumani atti di una politica del potere, nuoce, impedisce alla gente di vedere nel crimine individuale le regole etiche violate e gli ideali politici corrotti che altrimenti balzerebbero all’occhio. Se si vuole trarre una lezione dall’esperienza passata sui rapporti di potere e la non-moralità degli atti commessi, la normalità ha rimpiazzato la crudeltà del boia.
Quando una forza onnipotente reprime i deboli, senza ascoltarli, sceglie l’ambiguità nella dialettica tra il bene e il male e la sua crudeltà è fatta normalità e si trasforma nella negazione di tale verità. Disperato tentativo. Come uscirne? Finché non si puniscono i massacratori della Cecenia o gli americani che hanno ideato, alimentato e finanziato le violazioni dei diritti umani nel Salvador, in Guatemala, ad Haiti, in Cile o in Iraq, non si esce dal ciclo vizioso. E finché il diritto auto-assunto da uno Stato di perseguitare i propri cittadini viene sancito e tutelato e alle vittime è negato ogni appello, è così che si attribuiscono loro le perverse colpe che giustificano e assolvono lo Stato dalle crudeltà commesse contro di loro: quel ciclo deflagra, oggi e domani. Non è quello stesso diritto che ha maturato l’Olocausto con i dirigenti della Germania nazista?
E solo scavando nel passato della Germania, 40 anni prima di Dachau, nel territorio dell’Africa Tedesca del Sud-Ovest, attuale Namibia, si scopre che nel 1904 le popolazioni indigene degli herero e dei nama si sollevarono contro l’occupazione coloniale tedesca. La repressione tedesca durò fino al 1907, fu spietata e diede luogo al primo genocidio del XX secolo, anticipando quello armeno. Gli herero si ridussero da 80.000 a 15.000. Eugen Fischer diresse gli esperimenti, ossessionato dalla purezza della razza, poi rettore dell’Università di Berlino ove insegnò medicina; tra gli allievi crebbe Josef Mengele, passato alla storia per gli esperimenti genetici sui bambini di Auschwitz.
E la Giornata della Memoria? Dopo 20 anni, è invecchiata. Mostra le piaghe. Prima di considerarla metafora del Male assoluto, va pensata come un evento preciso di cui analizzare la natura. Essere vittime oggi, legittima la rivendicazione della propria sventura e tale sete della memoria si ritorce contro gli ebrei, aggravandone l’emarginazione con l’accusa di volersi accaparrare il monopolio del male. Inquietante. L’enfasi mediatica sul Giorno della Memoria ha generato una singolare eredità, ignobile e allarmante: l’ebreo, essere avido e egoista. Anche i neri, ad esempio, figli degli schiavi, vorranno rivendicare il proprio male, e la comunità algerina vorrà vedere riconosciuti gli orrori della guerra d’Algeria, eppure quella guerra non è stata un genocidio e nemmeno la tratta degli schiavi: un crimine contro l’umanità, quello soltanto, non un genocidio.
E questo vale per la Shoah. Che ci fanno nei campi: Rom, omosessuali, dissidenti politici, religiosi, Testimoni di Geova, prostitute, malati di mente, disabili, russi, polacchi e serbi e nessuno è giudeo? Quando la Shoah assurge a superiore simbolo del dolore, non più normale, tutti vorrebbero meritare lo stesso grado di attenzione tributato agli ebrei.
Durante la colonizzazione europea delle Americhe i popoli nativi americani, all’origine più di 80 milioni di individui, vennero ridotti del 90%. Le varie etnie, denominate indiani d’America, Pellerossa, Amerindi, Amerindiani, Prime Nazioni, Aborigeni americani, Indios, nel sud e nord del continente, quasi ovunque furono rimpiazzate dagli europei e dai discendenti dei popoli prelevati con brutalità dall’Africa fino al primo ‘900. Quanti sono i genocidi, sconosciuti perché lontani, visti come popoli e non Nazioni? E i clandestini nell’Europa di oggi, i profughi, i migranti sui barconi, i gay perseguitati, tutti etichettati genocidio? Che dire dei genocidi riconosciuti: Assiri, Greci del Ponto Olocausto, ex-Jugoslavia, Ruanda, Cambogia, Kosovo, Timor Est, Sierra Leone, Terrore rosso e carestia in Etiopia, Curdi, Darfur, Stato islamico, Uiguri in Cina, Holodomor in Ucraina?
Avrebbe senso creare una Giornata della Memoria Universale che ricordi tutto il Male subito da quelle popolazioni sterminate, distrutte, cancellate dai libri di storia? Chi li riscriverebbe?
Anche il diritto del forte di fare ciò che vuole del debole è una lezione dell’epoca dei genocidi. Cruenta e spaventosa, fatta propria e messa in pratica. Il fatto che la disumanizzazione delle vittime le spogli dell’humanitas e le riduca a non-io, è la più brutale delle lezioni. Rastrellare, deportare, chiudere in campi di sterminio, dimostrare l’inutilità della legge giustiziando i sospetti sul posto, imprigionare senza processo e a tempo indefinito, diffondere il terrore con punizioni imprevedibili e ingiustificate, metodi largamente studiati e efficaci. E l’elenco si allunga. Espedienti nuovi e perfezionati vengono sperimentati e introdotti, misure tutte che evidenziano la propensione capace di autoalimentarsi, di infliggere danni e condannare nuovi individui. Con il crescere della lista delle atrocità, cresce anche il bisogno di maggiore risolutezza. Le lezioni del genocidio ispirate dalla contrapposizione normalità – superiorità, stimolano e attivano separazione, diffidenza, odio e ostilità, non riducono la dimensione della violenza, preannunciano una nuova età di catastrofi, allontanando ogni riflessione e ipotesi di nuove forme di convivenza umana.
L’Olocausto è stato un evento di straordinaria importanza per il futuro, grazie al suo ruolo di fucina, capace di esaltare il potenziale distruttivo innato nelle nostre forme di vita, con un effetto latente mal recepito e a rischio di deflagrazione per l’umanità. Il centinaio di esempi di genocidi diffusi in ogni continente negli ultimi due secoli ha innescato e ingigantito i danni avviati dal colonialismo e dalla conquista delle Americhe. con uno scenario in evoluzione in Cina, Africa e America latina e un totale prossimo a 200 milioni di vittime. Futuro poco allettante per l’uomo in corsa verso Marte.
In un mondo in frenetica evoluzione, si tratta di una sfida che porta tutti al redde rationem, in assenza di risposte. Alcuni pensatori predicono: Perchè non considerare ogni caso di genocidio come a sé stante, come se fosse separato dalla nostra storia e dal magma fluttuante dei poteri che si confrontano ovunque sul pianeta? Non si sfuggirebbe agli interrogativi più brutali e fondamentali per il nostro mondo e ai pericoli incombenti? Se gli episodi di genocidio non venissero più vissuti come un’esperienza collettiva, test in grado di unificare l’umanità, non basterebbe incasellarli e circoscriverli ai confini stessi delle storie e della memoria? Se, invertendo i ruoli, scivolassero al rango di tragedia privata superiore limitatamente a vittime e discendenti, bollati unicamente dalla perfidia hominis e riservassero il carattere di normalità al resto degli umani, non è forse questa l’eredità della Shoah, unica storia superiore rispetto a centinaia di altre storie normali, assurde e devastanti? Norimberga ha condannato i boia tedeschi, non i virus alla base dei genocidi e da allora decine di nuovi ne sono sbocciati infestando la Terra. Potrebbe ancora nascere e agire una forza universale, una comune rivolta umana per eliminarli?
Ma al di là della sofferenza e della disperazione di migranti o profughi, per loro non si tratta di genocidio, termine sfruttato solo per strumentalizzare i fatti. Qui nessuno viene arrestato per essere messo a morte. E se si continua a presentare l’ebreo come l’unica vittima, si snatura l’ebraismo e non si fa che seminare i germi delle storie di domani, legittimandole. Il rischio è di mischiare le cose e omologare la Shoah ad altre storie che non c’entrano con la sua natura. e concludere che gli autori fossero dei pazzi. Invece, la follia può essere totalmente studiata, basta pensare alla Cambogia dei Khmer Rossi, ai gulag, al terrore di Stalin, ai suoi processi contro i contadini. Dire che i nazisti fossero tutti paranoici è inesatto. Non erano folli. Non è così. Le masse tedesche erano intelligenti, consacrate, votate a un ideale. Davanti alle teste mozzate dai ribelli afghani diciamo che si tratta di pazzi. Serve a tranquillizzarci. È cieca fede nel loro credo, non follia.
Fare della Memoria della Shoah, una specie di eterna religio porta al rischio di non capire la natura dell’evento e deformare la realtà e la Storia; la specificità della Shoah è che gli ebrei sono stati sterminati unicamente, solamente, assolutamente per crimine di nascita, non di razza. Mai esistita la razza ebraica. Che colpa avevano? Essere nati ebrei. Il nazismo non li volle mai derubare o convertire, nè prendere le loro terre, li eliminò sì, arraffando terre e ori, esclusivamente perché vedeva in loro l’incarnazione del Male. Cruda verità, mai scritta nei libri di storia.
E si arriva al dunque. La maggior parte dei casi di genocidio del XX e XXI secolo segue due diverse logiche, osservando ciò che è tipico della società e ciò che attiene alla comunità.
Con la globalizzazione magmatica e il rapido sfilacciamento dei legami sociali e dei contesti tradizionali, a partire dalla comunità familiare di base, prima di essere state messe in piedi, società e comunità hanno mostrato di essere necessarie. Sono la base di partenza e la loro costruzione non è casuale, né spontanea ma ragionata, pianificata e portata a termine con determinazione. Società e comunità sono frutto di lavoro e impegno, di laborioso sforzo, chiari esempi di progresso sociale: sono conquiste. La logica societaria del genocidio prevede in germe una società superiore con il fine di scavalcare con arroganza il livello di normalità comunitaria, mirando a rimpiazzare gli aggregati locali incapaci di evolversi in modo autonomo e sopravvivere, inutili cellule inadatte a riprodursi, scarti privi di humanitas. I soli anticorpi che possono produrre finiscono malamente nella distruzione, con il genocidio, sottoprodotto della stessa società superiore, struttura di purificazione, detergente imposto da una lex superiore di distruzione produttiva: fare piazza pulita di tutto ciò che è fuori posto, incapace di evolvere e mantenere o ripristinare l’ordine. In parallelo, sopravvive la logica comunitaria nella sua normalità, destinata a tenere in vita la febbrile ricerca di un punto di riferimento, a rimuovere la piaga dell’incertezza serpeggiante, a scavare lo spazio individuale in una sfera esistenziale indefinita, imprevedibile, disordinata e in continua mutazione nella rincorsa alla sopravvivenza. E il genocidio diviene parte integrante, componente reale della società, sottoprodotto inalienabile della sua evoluzione, al limite estremo un prodotto di scarto.
Il nucleo centrale dell’eredità del Giorno della Memoria, sta nel sapere identificare e controllare i virus che aleggiano a livello di comunità e società. È il dovere etico trasmesso dalle vittime ai narratori, a chi saprà sciorinare le sue storie, fatte non di preci e dolori ma all’insegna della severa pena effettiva per le violazioni dei diritti dell’uomo, non dello sterile biasimo politico di orrore e riprovazione. La gente tende a vivere in pace e rivolge i propri reclami al potere: confida nella sua equità e incorruttibilità. Se nel nostro Pianeta disordinato, irretito dalla logica superiore, il potere non risiede più nella sfera politica ma nel caos dei profitti e della violenza, della viscida dialettica tra superiore e normale, del perverso istinto della società di fagocitare la comunità, allora per i problemi globali non si avranno che soluzioni globali e non esistono soluzioni locali a problemi con radici globali. Per affrontarli e risolverli in chiave solidale, resta sola e alle prime armi, un’umanità confusa e impreparata, vittima si può dire della Ragion di Stato.
Nel 1961 Moshe Landau presiedette il processo a Eichmann. Nel 1987, 26 anni dopo, ha presieduto la Commissione che ha legalizzato l’uso della tortura contro i terroristi palestinesi. A che pro impiccare Eichmann, cremarlo e disperdere le sue ceneri in mare, se nelle scuole pubbliche di Gerusalemme gli educatori palestinesi quotidianamente propagano avversione contro Israele e nei libri di testo arabi i luoghi santi ebraici sono descritti come aree musulmane usurpate dai sionisti?
(consultazione: wikipwedia – gli olocausti; cem – centro ebraico milanese, giornata della memoria 2017; baumann – modernità e olocausto; baumann – l’ultima lezione; kapuscinski – un siecle de barbarie, le monde diplomatique, 2001;t.todorov – les illusions d’une justice universelle; g.agamben – homo sacer )

0 risposte a “Genocidi e l’eredità del Giorno della Memoria”
Per rispondere alla domanda conclusiva di questo lungo articolo, è necessario ricordare la violenza che ha distinto la costruzione dello Stato di Israele nei tempi antichi. e in quelli moderni.
Una lettura della Bibbia documenta già l’efferata violenza spesa dagli Ebrei per conquistare quella terra nei tempi antichi.
(Numeri, XXXl, 1-18): “E il Signore parlò a Mosè dicendo: “Prima vendica i figli d’Israele dai Madianiti e poi andrai a raggiungere i tuoi padri”. E Mosè disse subito: “Armate per la battaglia i vostri uomini che possano fare la vendetta del Signore sopra i Madianiti……. e, vintili, ne uccisero tutti i maschi e i loro re, Evi, Recem, Sur, Hur e Rebe e uccisero colla spada anche Balaam figlio di Beor. Presero poi le donne e i loro fanciulli e li condussero davanti a Mosè…. E Mosè, sdegnato contro i capi dell’esercito, i tribuni e i centurioni che tornavano dalla guerra, disse: “Perché avete risparmiato le donne?……Or dunque uccidete tutti i maschi anche di tenera età, e tutte le donne che han conosciuto l’uomo, serbate invece per voi le fanciulle e tutte le donne vergini”.
(Numeri, XXXlll, 50-55): “Il Signore disse a Mosè: “Da’ quest’ordine ai figli d’Israele e di’ loro: “Quando avrete passato il Giordano e sarete entrati nella terra di Canaan, sterminate tutti gli abitanti di quel paese, fate in pezzi tutti i monumenti, riducete in polvere le statue, demolite tutti gli altri luoghi; purificate la terra e poi abitatela, perché ve l’ho data io in possesso…..Ma se non ucciderete tutti gli abitanti del paese, quelli che di loro resteranno diverranno per voi come chiodi negli occhi e lance ai fianchi, e vi saranno nemici nel paese che abiterete”.
(Deuteronomio, ll, 31-35): “E il Signore mi disse: “Ecco ho cominciato a darti Seon e il suo paese: comincia a possederlo”. Allora Seon con tutta la sua gente uscì contro di noi per darci battaglia a Iasa; ma il Signore nostro Dio ce lo diede nelle mani e lo ponemmo in rotta coi suoi figli e con tutta la sua gente. In quel tempo prendemmo tutte le città, uccidendone gli abitanti, uomini, donne e fanciulli, tutto distruggemmo, eccettuati i bestiami, che toccarono ai predatori, e le spoglie delle città che furono prese”.
(Deuteronomio, lll, 2-7): “Ma il Signore mi disse: “Non avere paura, ché t’ho dato nelle mani lui, la sua gente e la sua terra; farai a lui come facesti a Seon re degli Amorrei, che abitava in Esebon”. Così il Signore nostro Dio diede nelle nostre mani anche Og re di Basan con tutto il suo popolo. Li percotemmo fino allo sterminio, distruggendo nello stesso tempo tutte le sue città, senza che ce ne sfuggisse una……Sterminammo quella gente come avevamo fatto a Seon di Esebon; distruggemmo città, uomini, donne e fanciulli; ma predammo i bestiami e le spoglie delle città”.
(Giosuè, Vl, 1-21): “Gerico era chiusa e fortificata e nessuno ardiva di uscirne e di entrarvi nel timore dei figli d’Israele. E il Signore disse a Giosuè: “Ecco ti ho dato nelle mani Gerico, il suo re e tutti i suoi uomini di valore… E al settimo giorno…. le mura caddero e ciascuno vi entrò dalla parte che gli stava davanti. E, presa la città, uccisero tutto quello che vi era, dall’uomo alla donna, dal fanciullo al vecchio. Misero a fil di spada anche i buoi, le pecore e gli asini”.
Questa implacabile ferocia accompagnò tutta l’avanzata di Giosuè e di Mosè per conquistare la terra di Canaan.
Non minore violenza, purtroppo, sarà spesa anche qualche millennio dopo per costruire il moderno Stato di Israele.
Il 2 novembre 1917 il ministro degli esteri inglese Balfour, trascurando di tener conto dei diritti degli arabi, dichiara la volontà di “favorire l’instaurazione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico”.
È l’inizio di un progressivo trasferimento verso quella terra di ebrei che, con il sostegno dei grandi mezzi finanziari delle istituzioni ebraiche, acquistano dagli arabi estensioni sempre più vaste di terreno.
L’immigrazione fu massiccia: l’Agenzia Ebraica, che disponeva delle risorse messe a disposizione dagli ebrei più facoltosi, acquistava terreni e trasferiva immigrati che dalle 43.000 unità del 1915 passarono alle 84.000 unità del 1922 (a fronte di 590.000 arabi e 71.000 cristiani), alle 175.138 del 1931 (761.922 arabi e quasi 90.000 cristiani) e alle 360.000 unità della fine degli anni Trenta.
Tanto movimento aveva dato l’avvio alle proteste dei palestinesi. Erano iniziati scontri armati fra le due comunità che la polizia britannica non era in grado di tenere sotto controllo.
Ma, fin d’allora e prima ancora di occupare la Palestina, il sionismo pensava già non a difendersi dagli arabi ma a “sterminarli”, secondo gli ordini biblici di Dio a Mosè nel Deuteronomio e a Giosuè nei Numeri.
Nonostante gli interventi di grandi Ebrei contrari all’aggressività sionista, il sionismo assunse impostazioni dure nei rapporti con i palestinesi fin dai primi contatti.
Il progetto di spartizione delle Nazioni Unite del 1947 fu considerato dai sionisti come un compromesso provvisorio, utile fino a quando non sarebbero state mature le condizioni per realizzare il loro obiettivo finale chiarito da Ben Gurion in una lettera al figlio: “Lo Stato ebraico avrà un potente esercito – non dubito che il nostro esercito sarà uno dei più potenti del mondo – e così non ci si potrà impedire di stabilirci nel resto del paese, cosa che noi faremo o con accordo e mutua comprensione con i vicini arabi o altrimenti”(2).
L’”altrimenti” di Ben Gurion è ancora oggi il filo conduttore del comportamento del sionismo israeliano per realizzare nel più vasto territorio possibile uno Stato “esclusivamente” ebraico.
I sionisti ebrei si organizzarono con strutture militari, come l’Haganah e il Palmach, e con strutture paramilitari estremistiche e terroristiche come l’Irgun, altrimenti detto Etzel, e la Banda Stern o Lehi: l’obiettivo dichiarato fu quello di mandare via gli inglesi, cacciare gli arabi e creare uno Stato “esclusivamente” ebraico.
L’Irgun Zwai Leumi, fondato già nel 1931, aveva l’espresso scopo di intimidire e cacciare i palestinesi ed era affiancato dalla più brutale Banda Stern, com’era chiamato dagli inglesi il Lehi (Lohamei Herut Israel). La storia di queste bande di terroristi è ufficiale e non contestata: lo storico ebreo Benny Morris, che ne racconta i crimini, scrive ”siamo stati noi ebrei a dimostrare ai palestinesi quanto sia efficace il terrorismo” (Vittime, BUR).
Il fatto che queste organizzazioni abbiano operato in modo criminale è stato affermato ufficialmente da tutte le più importanti istituzioni pubbliche israeliane.
Fu l’inizio di violenze feroci in luoghi affollati e mezzi di trasporto contro civili arabi inermi e guarnizioni militari inglesi.
I crimini del nazismo verranno poco dopo e questa scala dei tempi documenta come quello che oggi gli ebrei denunciano come terrorismo abbia una culturale primogenitura sionista
I crimini commessi dalle organizzazioni terroristiche sioniste sono chiaramente descritti nei verbali del Foreign Office e si trovano presso il Public Record Office, Surrey, nel Regno Unito:
– Attacchi a sorpresa contro villaggi arabi con uccisione di uomini, donne e bambini.
– Attacchi contro pastori arabi e furto delle loro greggi.
– Attentati nei mercati arabi con uccisione e ferimento di molti uomini, donne e bambini.
– Distruzione di camion arabi e uccisione degli occupanti.
– Distruzione di treni con l’uccisione di decine passeggeri.
– Distruzione di ponti, case e hotel arabi.
– Lancio di bombe dentro chiese musulmane.
Responsabile di molte di queste iniziative, quale comandante dell’Irgun, fu Menachem Begin, uno dei più implacabili criminali della storia di Israele.
L’aggressione più infame fu compiuta il 9 aprile 1948 quando Shamir, Begin e i loro accoliti aggredirono e massacrarono gli abitanti del villaggio palestinese di Deir Yassin, nei pressi di Gerusalemme: oggi, ironia della storia!, nelle immediate vicinanze del luogo sorge Yad Vashem, il memoriale della Shoah che ricorda i crimini del nazismo. Nei fatti, ricorda anche i crimini del sionismo.
L’eccidio di Deir Yassin suscitò la protesta di tutto il mondo ebraico pacifista. A Deir Yassin furono massacrati circa 250 palestinesi civili, inclusi anziani, donne e bambini inermi, come ordinato nella Bibbia.
I sionisti erano riusciti ad eccitare i palestinesi che non mancarono di reagire.
La storia non è finita perché continua in terra di Palestina il perversare del sionismo che discrimina e perseguita anche gli Ebrei sefarditi e gli Ebrei etiopi falascià.
Tutto ciò spiega perché i “terroristi” palestinesi sono soltanto dei “revanscisti”.
Se può interessare, possono essere forniti tutti i particolari di questa tremenda storia dalla caduta dell’impero ottomano ad oggi.