ELEZIONI 2022: I salti dal trampolino di Giorgia Meloni con Matteo Salvini
di Vincenzo Rampolla

Cristina Stefan (from Candiac, QC – Canada) – Dilemma
Nel referendum del 2016 Salvini e Meloni votarono a favore del divieto di rinnovo delle concessioni estrattive di gas e petrolio per i giacimenti esistenti entro le 12 miglia dalla costa italiana. Oggi, si sa, il tempo cambia molte cose. Anche le scelte politiche. Dal 2016, ad agosto 2022, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, alleati nella campagna elettorale, hanno cambiato idea sullo sfruttamento di petrolio e gas nazionale, passando dal divieto iniziale all’inserimento, nel programma congiunto, dell’impegno all’utilizzo delle risorse italiane.
Facciamo un passo indietro al 2010, per capire quando, dopo un incidente al pozzo di Macondo nel Golfo del Messico, il governo Berlusconi impose il divieto di nuove perforazioni entro le 12 miglia dalla costa. I governi Monti e Letta avevano cercato di farle ripartire ma poi fu il premier Matteo Renzi a decidere indire un referendum. E così il 17 aprile 2016 gli italiani sono stati chiamati, dopo una richiesta delle Regioni e non una raccolta di firme popolari, a decidere se continuare o vietare il rinnovo delle concessioni estrattive di gas e petrolio per i giacimenti esistenti offshore. Esito del voto: il referendum non raggiunge il Quorum. A schierarsi contro sfruttamento degli idrocarburi nazionali fu non solo il Movimento 5 stelle, ma anche Lega e Fratelli d’Italia, Anche Forza Italia si schierò contro. Posizione più politica che ambientalista, molto probabile, quella di Salvini e Meloni, entrambi all’opposizione.
Ora, a 6 anni di distanza, la Lega di Matteo Salvini non solo è pronta a far ripartire le concessioni dopo quel blocco delle trivellazioni, ma addirittura ha provato con degli emendamenti, pur di far aprire i giacimenti italiani. Sanno nella Lega che cosa sia un giacimento, una trivellazione, la sua chiusura e l’apertura, il personale, una concessione, il diritto marittimo internazionale? Nulla sanno. Almeno sapessero che per le tasche dello Stato il no alle trivelle e le mancate autorizzazioni alla piattaforma petrolifera Ombrina Mare, sono costate all’Italia la bazzecola di €190 M, perché la società inglese Rockhopper Exploration ha vinto l’arbitrato internazionale contro l’Italia riguardante Ombrina: avrebbe dovuto sorgere al largo della Costa dei Trabocchi, in provincia di Chieti, all’altezza di San Vito e nulla si fece. Per la società estera e per il Tribunale il mancato rilascio della concessione petrolifera ha violato il Trattato sulla Carta dell’Energia. E l’Italia paga.
Cambio d’opinione anche per FdI. Con l’acqua alla gola, e non è più acqua, entrambi smaniano per salvare la Patria. Nel programma congiunto del centrodestra si legge, infatti, che Meloni, Salvini e Berlusconi si impegnano al Pieno utilizzo delle risorse nazionali, anche attraverso la riattivazione e nuova realizzazione di pozzi di gas naturale in un’ottica di utilizzo sostenibile delle fonti. La virata di bordo è però arrivata un po’ tardi.
La condanna del Tribunale pesa non solo a livello economico, ma anche ambientale. L’Adriatico, nonostante quel veto politico allo sfruttamento dei giacimenti, è stato trivellato, ma da altri (ne parlo in Nel Futuro in recenti articoli). A sfruttare le risorse del Mediterraneo, infatti, sono Albania e Croazia. Tirana ha da poco dato via libera alla Shell per una produzione, off-shore, stimata intorno ai 50.000 barili al giorno. Zagabria, invece, è al lavoro da anni per sfruttare gli idrocarburi del sottosuolo dell’Adriatico (nella nostra stessa zona, ma in un’area oltre le 12 miglia dalla costa). Le riserve croate sono stimate in 12 Mld m³ di petrolio e in 17 Mld m³ di metano, in parte sotto i fondali del Mediterraneo e in parte sotto la terraferma balcanica.
Con il riavvio delle infrastrutture esistenti nell’Adriatico si può avere il 15 % del fabbisogno nazionale di gas, si legge su Il Foglio. Il Sole 24 Ore, invece, precisa che le stime degli ingegneri minerari e dei geologi, nel sottosuolo d’Italia ci sono riserve di 1,8 Mld di barili di petrolio e 350 Mld m³ di gas. Solo Argo e Cassiopea, nel Canale di Sicilia al largo di Agrigento, potrebbero contenere 10-12 Mld m³ di gas. Nessuno ha detto che ci vogliono almeno 2 anni per erogarlo.
E veniamo a Lady Meloni. Il tempo non solo cambia le opinioni, ma anche il luogo. FdI non solo apre alle trivelle, ma anche ai rigassificatori, ovvero alle installazioni offshore che hanno il compito di riportare allo stato gassoso il gas liquefatto (GNL) trasportato dalle metaniere. L’importante è che il rigassificatore non venga installato a Piombino: il sindaco Francesco Ferrari tesserato FdI è contrario. Non è un no ideologico o di partito, è sociale e ambientale. Dai miasmi, all’ambiente agli inquinamenti del passato ce l’ha a morte con il Ministro Cingolani che ha deciso di sua sponte la scelta di Piombino, senza una concertazione, senza un incontro con i sindacati, senza un dialogo con la popolazione. Amor di patria: zero.
La durissima situazione costringe il governo Draghi a raffreddare l’ebollizione del prezzo del gas, trovando €10Mld senza aumentare il debito pubblico. E magari lasciandosi suggerire le coperture dal Segretario generale della Cgil Landini, partito in tromba, convinto che basti spremere di più col fisco le aziende energetiche, farmaceutiche e bancarie, arricchitesi troppo negli ultimi tempi, a colpi di botti di €10 Mld alla volta e Salvini rincara con un’aggiunta di altri €10 Mld. Slogan da brivido. Bisogna trovare almeno €30 Mld! Senza scostamento di bilancio. Tutti lo dicono in coro.
Mano nella mano il duo Meloni – Salvini sale sul trampolino da 20 metri per festeggiare l’intesa. Per Meloni è pure il momento di godersi un anniversario: il centenario della marcia su Roma, ottobre 1922. Ad agosto di quell’anno lei forse non sa che le camice nere hanno preso Milano, assaltato il giornale socialista Avanti, con violenze per strada e assedi al Comune a Palazzo Marino.
Ingenuamente e poco ferrato di storia, l’ex presidente del Consiglio e ora presidente dello sbrindellato Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, il grillo parlante, ha appena detto ai media che lo spauracchio del fascismo non ti fa vincere.
Votare per Meloni è complesso. Molto complesso. Più che votare per Salvini. Per lanciarsi da quel trampolino ci vogliono almeno 2 anni di allenamento costante. Qualcuno penserà che ce l’ho con lei, così come me la prendo con Salvini quando garrisce al microfono, verso tipico delle rondinelle. Dà da pensare il continuo sbandierare del suo blocco navale. Che cos’è, visto che si applicherebbe in tempo di pace e non, secondo il diritto, in tempo di guerra? Secondo il programma, il blocco navale consisterebbe in: una missione militare europea, avviata dall’UE e realizzata in accordo con le autorità libiche, per impedire ai barconi di immigrati di venire in Italia. Essa prevede l’apertura in territorio libico degli hotspot, la valutazione in territorio africano di chi abbia diritto a essere rifugiato e, poi, la distribuzione equa, nei 27 Paesi dell’UE, dei rifugiati, che è l’unica cosa seria che si può fare per terminare l’emergenza migratoria. Ora oggi le istituzioni internazionali considerano la situazione in Libia come gravissima e un accordo del genere potrebbe essere in contrasto con il diritto internazionale. l’Italia (o l’UE) non potrebbe comunque bloccare totalmente le partenze dai porti nordafricani, anche con un accordo con le forze libiche, compirebbe un atto di complicità in un illecito perché secondo alcuni trattati internazionali tutti devono avere il diritto di lasciare un Paese, compreso il proprio. Trasferendo poi la valutazione delle pratiche al di fuori del Paese, vengono meno tutte le garanzie legate al diritto d’asilo, come la possibilità di fare ricorso. In questo modo, il diritto diventa una concessione. Infine, in generale gli hotspot in Libia non si possono fare perché nel Paese manca il rispetto di base per i diritti umani, e quindi lasciare consapevolmente in Libia i richiedenti asilo, rappresenterebbe una violazione dei loro diritti. Sarebbe un caso di complicità con i maltrattamenti. Non lo dico io, lo dicono i codici e l’esperto. Se dunque si parla di un progetto oggi praticamente inattuabile, perché farne un pilastro del proprio programma elettorale? Perché insistere ad oltranza con un fantomatico blocco navale? Parlano i fatti
Tornando alle concessioni gas, ciò che rende difficile il voto a suo favore è che eventualmente lei non l’abbia deciso prima e da sola, lei, ragionando sul referendum abortito del 2016 e costruendo, come lei sa fare, una proposta giusta, al momento giusto e ammettere che si rimedia a errori del passato. Pare per lei che sia una cosetta dell’ultimo frangente di una situazione avversa. Ma sì, mi butto. Lo fa da illusionista, distaccata, da predestinata, come la chiama Concita De Gregorio, senza lasciarsi distrarre dai segnali provenienti dall’interno del centrodestra. Non può farne a meno. Proprio mentre Salvini le ha appena ricordato che le scelte del Capo dello Stato, quando si tratterà di nominare dopo le elezioni il nuovo Presidente del Consiglio, potrebbero rivelarsi meno scontate, o più discrezionali del previsto, agognate dai Fratelli d’Italia, grondanti di amor di Patria.
Al momento giusto, suggerisce La Repubblica: Tra i diversi fronti che Mattarella dovrà considerare procedendo alla nomina c’è pure la cornice geopolitica e delle alleanze nelle quali l’Italia è inserita, essendo il Capo dello Stato garante dei trattati internazionali. Proprio quelli che nel 2018 indussero Mattarella a rifiutare di nominare Ministro dell’Economia un professorone come Paolo Savona, rimorchiato da Conte, ma troppo poco alfiere dell’euro, moneta unica europea. Lei, troppo convinta di farcela, senza allenamento dal trampolino. Le basterà una visitina a Predappio, per una prece prima del centenario, per grazia da ricevere.
(Consultazione: Corriere della Sera Marzio Breda; ex direttore di Repubblica, Ezio Mauro; startmagazine – francesco damato; giusy caretto; il foglio; sole 24 ore; open – impresa sociale; times new roman; pagella politica – luca masera, consiglio direttivo dell’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (asgi))

0 risposte a “ELEZIONI 2022: I salti dal trampolino di Giorgia Meloni con Matteo Salvini”
Dilemma elettorale 2022 : scelgo il “nuovo da provare” (Meloni) o riciclo un “usato già rottamato” (Letta)?
Io non ho dubbi, errare è umano, ma perseverare è diabolico.
Il termine “blocco navale”, che usa Giorgia Meloni, non è appropriato, ma è solo una questione di terminologia: oggi, il termine politico “blocco navale” deve tradursi nel termine militare di “interdizione navale”, inserito in un approccio più complesso per contrastare la tratta di esseri umani. Un’operazione globale per ripristinare la legalità e la sicurezza con il consenso dello stato costiero transitato da migranti illegali (e non rifugiati come superficialmente il mainstream di sinistra ha sempre voluto farci credere).
Oltre all’operazione di interdizione navale nelle acque territoriali dello Stato interessate dal transito illegale, è anche proponibile la formazione delle forze dell’ordine locali da parte della nostra Marina Militare e Guardia doganale e, se richiesto, anche un aumento delle capacità di gestione e controllo costiere della nazione presa di mira è anche richiesto.
Questo è già stato fatto in Libia nel 2009-10 a seguito del trattato italo-libico chiamato “patto di amicizia”, in cui pattuglie miste italo-libiche nelle acque territoriali libiche (cioè entro 12 miglia) avevano praticamente azzerato le partenze illegali dall’Africa. Ma c’è di più: l’Italia partecipa già dal 2008 ad un’operazione di interdizione navale dell’UE nelle acque territoriali somale insieme ad altre flotte europee per contrastare la minaccia della pirateria e del traffico di droga nell’ambito della missione EUNAVFOR Somalia, la cosiddetta Operazione Atalanta . Nel caso libico-tunisino, lo stesso paradigma può essere immaginato cambiando solo il tipo di minaccia da contrastare: ovvero la tratta di esseri umani.
Ciò detto, è importante cercare di risolvere il problema assegnando competenze non solo al ministro dell’Interno, ma anche al ministro degli Esteri, per portare gli Stati alle loro responsabilità.
E’ stato detto, da più parti, che sarebbe oggi opportuno individuare un commissario straordinario che si occupi del fenomeno dei flussi migratori illegali in Italia.
“…migranti illegali (e non rifugiati come superficialmente il mainstream di sinistra ha sempre voluto farci credere)”. Ma pensa! Tutta questa gente che vuole arrivare in Europa, lo vuole solo perché desidera fare l’illegale e non perché fugge da guerre e da carestie! Se questo è il “nuovo che avanza” c’è da mettersi le mani nei capelli. Anche perché questo “nuovo” ha visto da sempre la diserzione dei lavori europei da parte della Lega per la modifica delle leggi sulla migrazione. Ma non importa: l’importante è affidarsi al “nuovo”, che per altro puzza di vecchio come non mai, come la definizione che Confalonieri ha dato della Meloni (“una fascistella”) ci ricorda.