Differenze tra ebrei ashkenaziti e ebrei sefarditi

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Differenze tra ebrei ashkenaziti e ebrei sefarditi

di Vincenzo Rampolla

Jakub Weinles (Starokostjantyniv, Ucraina, 1870 – Varsavia, Polonia, 1938) – On the eve of Yom Kippur (Prayer)

(In risposta alla richiesta di un lettore)

La differenziazione è prettamente geografica, senza elementi di particolare rilievo.

Esistono diversità di tradizioni legate alla provenienza della comunità, con sottogruppi distinti all’interno degli aschenaziti e dei sefarditi.

Gli ebrei aschenaziti sono i discendenti delle comunità ebraiche di lingua e cultura yiddish stanziatisi nel medioevo nella valle del Reno. In ebraico medioevale Aschenatz era il nome della regione franco-teutonica del Reno e aschenazita significa germanico. Numerosi ebrei aschenaziti che emigrarono in Germania dall’Italia meridionale hanno dato origine nel IX secolo a una parte consistente delle molteplici comunità aschenazite renane.

Secondo la Bibbia Aschenaz era nipote di Jafet e formò un popolo che fin dall’VIII sec a.C. viveva in Asia Minore e sulle coste del Mar Nero, nei territori occupati dagli Sciiti e dagli Slavi, in particolare i Cimmeri, designati come aschenazi. Dal III secolo d.C. gli aschenazi dell’Ucraina e Crimea si convertirono al giudaismo e a partire dall’XI secolo furono considerati aschenazi i popoli di religione giudaica che parlavano yiddish, vivevano nell’Europa orientale e che si erano uniti agli ebrei della diaspora.

Formarono le comunità della Renania e del Palatinato del Sacro Romano Impero nate con l’ultima ondata di ebrei che avevano abbandonato la Palestina a causa della proibizione imposta loro dagli Arabi di lavorare la terra con i discendenti degli aschenaziti che vivevano nei regni orientali slavi di Russia, Polonia e Lituania. Nei secoli successivi formarono oltre alle comunità in Germania e Francia orientale nuove comunità nell’Italia del nord, Paesi Bassi, Ungheria, Polonia, Russia, Ucraina e altri paesi dell’Europa Orientale. Aschenazita è pertanto sinonimo di ebreo orientale, del nord est Europa e nei due secoli XVIII e XIX ha dato vita a un forte flusso migratorio aschenazita verso gli Usa.

Quelli che molti chiamano sefarditi sono ebrei dei paesi Arabi, che andrebbero chiamati più propriamente orientali (mizrachim). Sefarditi significa letteralmente spagnoli e sarebbero quelli che hanno mantenuto il rito che si usava in Spagna e Portogallo al tempo della cacciata del 1492. In realtà il rito spagnolo è stato mantenuto in poche comunità isolate (es. Amsterdam, Istanbul), si è mescolato in parte con i riti locali (Roma, Livorno) e ha avuto una ridotta influenza su tutte le comunità dal Marocco all’Afghanistan, ma con una forte componente cabalistica. Per questo va detto che i confini della loro distribuzione non sono ben definiti.

Comunque sia ci sono alcune differenze minori di rito, dovute alle diversità di tradizione. Queste hanno significato solo per ebrei molto osservanti, ma per gli altri spesso non sono neppure conosciute. Sono in parte antiche (secondo la controversia tra Shulkhan Aruch e Rama), e in parte più moderne (esiste tra i sefarditi una tendenza maggiore a adottare pratiche cabalistiche). Valgono alcuni esempi:

  • I sefarditi mangiano legumi a Pesach (Pasqua), a differenza degli aschenaziti.
  • Per i sefarditi è più importante controllare l’interno dei polmoni degli animali che vengono macellati e ci sono carni che potrebbero non essere kasher per i sefarditi che lo sono per gli aschenaziti.
  • Nel periodo di Elul (mese lunare mancante di 29 giorni, corrispondente al periodo agosto-settembre), i sefarditi recitano le selichot per un mese, gli aschenaziti per una settimana.

Le selichot sono preghiere ebraiche penitenziali, recitate specialmente nel periodo che precede le feste solenni e nei giorni del digiuno. Vanno solitamente dette tra la mezzanotte e l’alba. Nella tradizione sefardita, la recitazione delle selichot in preparazione delle grandi festività inizia il secondo giorno del mese ebraico di Elul. Nella tradizione aschenazita, inizia il sabato sera prima di Rosh Ha Shanah (Capodanno ebraico). Se però il primo giorno di Rosh Ha Shanah cade di lunedì o martedì, le selichot vengono dette il sabato sera precedente, per assicurarsi che siano recitate almeno quattro volte.

ll termine selichot si riferisce sia ai componimenti poetici piyyutim che fanno parte del servizio liturgico che al servizio stesso. I servizi sefarditi sono identici per ogni giorno. Nella tradizione aschenazita invece si recitano testi differenti e in giorni differenti. Sebbene il testo e la lunghezza delle specifiche preghiere possa variare da un giorno all’altro, il contenuto nel suo insieme rimane invariato.

L’accensione dei lumi di Shabbat costituisce un caso di mizwà (precetto) che viene effettuata anche per onorare lo Shabbat nel luogo dove si dimora, poiché ognuno ha l’obbligo di accenderli nel luogo dove risiederà il venerdì sera.

Sefarditi e aschenaziti hanno diverse regole. Il figlio sposato, ad esempio, ospite con la famiglia sefardita presso la casa del padre, potrà accendere i lumi nella camera dove dormirà con la moglie o in un’altra stanza dove i genitori non li accendono. Ciò è consentito solo se la coppia abbia avuto una camera riservata per loro. In altri casi sarà la moglie ad accendere i lumi nella stanza dove lo fa abitualmente la suocera.

Per gli aschenaziti la regola è diversa: questi potranno accendere con la benedizione i lumi in qualunque stanza.


0 risposte a “Differenze tra ebrei ashkenaziti e ebrei sefarditi”

  1. Ho letto con interesse l’articolo di Vincenzo Rampolla sulle differenze tra ebrei askenaziti e ebrei sefarditi e desidero rilevare che è insufficiente parlare degli ebrei askenaziti senza ricordare le conseguenze della fusione etnica dei poco numerosi ebrei dell’Europa centrale e orientale con le folte popolazioni dei Kazari di origine turco – caucasica che, convertite in massa alla religione ebraica, fra il settimo e l’ottavo secolo, avevano abbandonato la zona caucasica per trasferirsi in blocco verso la Russia alta, la Polonia e la Germania.
    Inoltre, in tempi storici, negli oltre tremila anni di peregrinazioni, le genti portatrici della religione ebraica hanno continuato a ricevere i più ampi contributi genetici in Asia mediorientale, nell’Africa centro-settentrionale e nell’Europa tutta. Questo spostarsi per il mondo non fu mai una passiva fuga: l’attività commerciale e la difesa dell’autonomia religiosa e culturale furono accompagnate sempre da un discreto proselitismo sulle popolazioni dei paesi che erano raggiunti, rinnovando e accrescendo le comunità ebraiche ben oltre il loro possibile incremento naturale.
    Già agli ebrei in esilio a Babilonia, il profeta Geremia aveva suggerito i matrimoni misti “per non ridurvi a pochi di numero” (Geremia, 29, 6).
    Considerando, poi, l’ibridazione continua dei sefarditi da parte delle popolazioni arabe e europee occidentali è molto difficile fare analisi etniche certe perché se certamente tre mila anni fa c’è stato un popolo ebreo semitico, cioè appartenente al gruppo di popoli di lingua semitica, comprendente anche gli Arabi, oggi, dopo la conversione all’ebraismo di popoli terzi e dopo tre millenni di ibridazione con i popoli dei paesi raggiunti dalla diaspora, non esiste un qualche residuo fondamento biologico della specificità ebreo-semitica che possa consentire di rappresentare unitariamente le comunità ebraiche del mondo. (Per evitare equivoci, sia chiaro che lo stesso discorso sull’ibridismo dei gruppi umani può essere fatto, più o meno, anche per tutti i popoli della presuntuosa Europa).
    Il conseguente caleidoscopio biologico ebraico è documentato oggi nello Stato d’Israele i cui cittadini ebrei (cioè di religione e/o di cultura ebraica), provenienti da tutto il mondo, vanno dal biondo di tipo slavo al nero di tipo etiopico, passando per tutta la gamma dei colori e dei caratteri somatici che è possibile riscontrare nelle popolazioni mediorientali, europee e africane.
    Ovviamente, queste non sono idee mie ma di importanti demografi e linguisti i cui studi sono citati nelle bibliografie dei miei saggi sugli ebrei (Israele, un progetto fallito e Israele, fine dalla speranza) frutto delle mie letture nelle vaste biblioteche di Ivrea dove lavoravo ai tempi di Adriano Olivetti, ebreo.
    Mario Moncada di Monforte

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