ANPI: I nodi al pettine della storia

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ANPI: I nodi al pettine della storia

di Tito Giraudo

Pawel-Kuczynski (Stettino, Polonia 1976 – ) – Navigazione al nodo di pettine

Anche la Comunità ebraica non parteciperà alla celebrazione romana del 25 Aprile, quella indetta dall’Anpi.

Ci voleva la presenza diretta dei Palestinesi per dissociare finalmente gli ebrei da una manifestazione indetta da un’associazione che fin dalla nascita è stata portatrice di alcune falsificazioni storiche fino a diventare, ormai deceduti quasi tutti coloro che parteciparono alla resistenza, un simulacro ormai al servizio solo di una certa ideologia sopravvissuta a tutti i mutamenti; in piedi forse, per continuare a mungere la vacca dei contributi statali, regionali e comunali, oltre naturalmente parlare a nome del partigianato nelle scadenze elettorali, oppure come avvenuto di recente per influenzare il voto dell’ultimo referendum costituzionale.

Si tratta di una degenerazione? Non credo proprio, secondo me si tratta del ritardo di troppi nel comprendere (perché non faceva comodo) la vera essenza di questa associazione. Stupisce (ma non più di tanto), quello degli ebrei italiani, da sempre a maggioranza graniticamente legati su posizioni di sinistra, facendo finta di non vedere come, finita l’ora delle grisaglie per l’olocausto, parte della sinistra da anni è ormai apertamente partigiana palestinese e decisamente antisemita. Se non a parole, nei fatti.

Nata nel 44 del secolo scorso, l’Anpi univa tutte le formazioni partigiane, al di là delle ideologie che fin da subito divisero la Resistenza. Poi, successe come alla CGIL: la strumentalizzazione per fini partitici portò al distacco delle componenti autonome, cattoliche, liberali e di Giustizia e Libertà, infine, stancamente, l’associazione divenne uno dei tanti feticci di una certa unità delle sinistre ormai divise quasi su tutto.

Che dovesse finire così era facile da prevedersi, stupisce il grande ritardo.

Ancora una volta sul banco degli imputati ci sono gli ex comunisti i quali hanno permesso la degenerazione dell’associazione accorgendosene, solo quando questa si è apertamente schierata contro la maggioranza del PD, l’ultima delle tante trasformazioni questa volta fatale e non in solitaria, ma inglobando i cattolici di sinistra.

Si presume che chi ha fatto il Partigiano nel 44 avesse almeno 15 anni, quindi dalla classe del 29 gli imberbi avranno 88 anni e tutti gli altri oltre i novanta. Qualche arzillo ce l’hanno ancora da portare (con la badante) ai cortei, o a testimoniare alle retoriche manifestazioni. Come è possibile allora tanta visibilità?

Quando in associazione fecero due conti sull’invecchiamento ahimè, naturale, s’inventarono che l’associazione partigiani poteva fare a meno di quest’ultimi, l’importante era credere nei valori della Resistenza. Certo, non contava nulla che l’Anpi fosse un Ente morale con cospicui contributi incorporati.

In questi ultimi anni aperte le porte a tutti coloro che si proclamano antifascisti, l’associazione si è notevolmente svecchiata, riempiendosi anche dei soliti nomi illustri della sinistra, quelli che firmano tutti i manifesti. Udite, udite, sono arrivati pure ad accettare Dario Fo il quale ha fatto, sì la Resistenza, ma tra i Repubblichini.

Con questi presupposti, non è difficile demolire il carattere sacrale dell’Anpi. Tuttavia, come mia abitudine, sposto indietro le lancette e alla luce di un diverso clima rispetto a quello del 45, soprattutto dall’avvento di ricerche storiche meno partigiane e più obbiettive.

Vorrei approfittare per confutare alcuni presupposti che per anni hanno rappresentato la retorica resistenziale.

Mi piacerebbe che i miei 4 lettori si ponessero con me un quesito: se i Russi non fossero stati alleati degli Americani (e a pensarci bene sarebbe bastato che Hitler avesse tenuto fede al patto Molotov), sarebbero nate le brigate comuniste? Dubito molto che l’internazionale avrebbe concesso ai suoi uomini più importanti, di fare come avevano fatto in Spagna. Naturalmente la storia non si fa con i se e con i ma: una cosa però è certa, la fedeltà all’URSS era granitica perché ideologica.

Andò diversamente e, tutti gli uomini dell’Internazionale Comunista furono piazzati nei Governi nati dalla fine della guerra. L’Italia non fece eccezione, ma mentre negli Stati occupati dall’URSS nascevano Governi Comunisti, in Italia, occupata (per poco) dagli anglo americani, finirono all’opposizione.

Mentre tutti gli altri Resistenti lottavano per la Patria, i Comunisti lottarono solo in subordine per questa, perché l’obbiettivo era lo Stato socialista, cosa che non deve scandalizzare dal momento che quegli uomini sacrificarono tutto per un’ideale che pensavano giusto.

Nei primi anni del dopoguerra, Togliatti, che non poteva non essere a conoscenza della collocazione del nostro Paese, fece una politica ambigua, illudendo gli ex partigiani di poter portare avanti quella rivoluzione socialista che gli era stata predicata e promessa in montagna. Quella della Resistenza tradita fu un leitmotiv che purtroppo ispirò la sinistra rivoluzionaria e terrorista.

Responsabilità delle altre forze politiche, in particolar modo dei socialisti che governavano con la DC e protestavano con il PC, di non aver mai fatto chiarezza e smitizzato il pur giusto coinvolgimento nella lotta di liberazione, che poté avvenire però, solo perché la guerra aveva preso una piega ben diversa da quella sperata dal Fascismo.

Ha perfettamente ragione Renzo De Felice nel sostenere che quella Italiana è stata un vera e propria guerra civile, poco partecipata dal popolo dall’una e dall’altra parte.

Non so quando faremo i conti con la Storia: prima avverrà e meglio sarà perché ormai le divisioni ideologiche del 43, sono anacronistiche.


0 risposte a “ANPI: I nodi al pettine della storia”

  1. con tutto ciò, l’Anpi ha avuto un’occasione storica di rilancio nei primi anni del secolo, quando il PD si irrigidiva nella burocrazia delle sue componenti storiche e la sinistra saccente continuava a delirare tra una scissione e l’altra. Molti giovani, gli stessi che si sono mobilitati per il referendum sull’acqua pubblica, si iscrivevano all’ANPI per avere uno spazio dove trovarsi, libero da condizionamenti e compromissioni con la sinistra degli enti locali e delle piccole carriere. Ma l’Anpi della burocrazia nazionale ha preferito la cooptazione dei vecchi tromboni, e così molti di quei giovani si sono entusiasmati per la contestazione di Grillo e Travaglio. Fenomeno analogo per l’ARCI: insomma come la burocrazia della vecchia politica si è giocata la partecipazione dei giovani del web.

  2. Quando penso al fascismo ed alla Resistenza non sono influenzato dall’ANPI, questa associazione non mi appare nella mente.
    Fascismo mi evoca: il delitto Matteotti, le leggi razziali, i racconti di mia madre che era una giovane studentessa alle magistrali e nessuno le raccontava i misfatti del regime fascista, la guerra, la deportazione degli ebrei, mio padre che , a rischio della sua vita e della famiglia, aiutò una famiglia di ebrei durante la guerra e dopo le leggi razziali, le uccisioni violente nei campi avversi. Alcuni punti mi sono restati nella mente a proposito della lotta partigiana: fu una lotta di pochi e vide episodi di eroismo e di sacrificio, e ci furono luci ed ombre segnati dal sangue. Gli storici ci racconteranno, forse, come sono andate le cose, magari tra cinquant’anni.

    Ragionare o dire qualcosa sull’ANPI non mi è possibile. Anzi penso che le nostre priorità, oggi, siano centrate su tre grandi sfide globali: la diseguaglianza economica, la sopravvivenza dell’umanità sulla Terra, la separatezza spirituale tra chi siamo noi, come singoli, oggi e noi come vorremmo costruire il futuro. La sfida è quindi centrata su di noi, la sfida è “connettersi tra di noi”rispetto allo stato attuale che è di fortissima disconnessione.

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